Rewind

Scene che si riavvolgono veloci. Luoghi, discorsi, volti che si sovrappongono.

Nelle serie TV funziona così, lo usano come espediente. Si riavvolge, sino a scoprire il punto esatto in cui tutto è cominciato. In cui è cominciato l’inizio della fine.

C’è un modo per applicarlo alla vita reale? Se ci fosse, saremmo in grado di individuare il punto di non ritorno?

Sarebbe un momento esatto? Chiaro, limpido? Sarebbe visibile l’istante in cui parte la prima crepa?

O piuttosto sarebbe un insieme di momenti, un lento gocciolio? Che inesorabile ed invisibile, scava. Quasi indolore. Subdolo. Fino al giorno in cui, poi, ci si accorge di avere una fossa?

 

Oggi, vorrei avere il rewind.

 

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Follow through
Make our dreams come true
Don’t give up the fight
You will be alright
Cause there’s no one like you
In the universe

Don’t be afraid
What you’re mind conceals
You should make a stand
Stand up for what you believe
And tonight we can truly say
Together we’re invincible

And during the struggle
They will pull us down
But please, please let’s use this chance to
Turn things around
And tonight we can truly say
Together we’re invincible

Do it on your own
Makes no difference to me
What you leave behind
What you choose to be
and whatever they say
You’re soul’s unbreakable

And during the struggle
They will pull us down
But please, please let’s use this chance to
Turn things around
And tonight we can truly say
Together we’re invincible
Together we’re invincible

And during the struggle
They will pull us down
Please, please let’s use this chance to
Turn things around
And tonight we can truly say
Together we’re invincible

Invincible – Muse

Tutti in malga

Un sabato mattina alternativo, alla Malga Vazzo, tra corsi di disegno, animali, buon cibo e qualche ape dispettosa…

Il corso di disegno

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Inseparabile Ugo – F3.5-1/200-ISO1600-18mm
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Relax 

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Luoghi magici – F4-1/2000-ISO500-25mm

 

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No, non è prosecco ma infuso di fiori di sambuco – F3.5-1/2000-ISO100-18mm
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Gli animali

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Il cerchio

Gesti quotidiani, automatici, nostri.

La tua borsetta nel tal punto, il cambio nella sacca e il cappello al gancio. Le scarpe le teniamo perché si va in cortile. Ah, dobbiamo mettere l’antizanzare.

L’entrata all’asilo (nido) per quanto alcuni giorni potesse essere fatta di corsa e in preda alla nevrosi da ritardo con conseguente perdita di autobus, è sempre stato un momento nostro.

E quell’armadietto è come se fosse un’appendice di casa. Il custode dei giochi che, come dici tu, “non portiamo in sesione altrimenti i bimbi piccoli si fanno male”, del ciuccio-niglio “che ormai sei grande e questi non ti servono, come fai altrimenti a cantare?”.

Oggi l’abbiamo aperto e richiuso per l’ultima volta.

Ultimo giorno di asilo nido. Un cerchio si chiude.

E mi viene da piangere. Un po’ è tristezza, un po’ commozione.

La tristezza di veder finire un’avventura che ormai faceva parte della nostra vita da quasi tre anni, di cui conoscevamo ritmi e gesti. Persone che erano parte della tua vita e che ora ti lasci alle spalle. Commozione perché sei così cresciuta dalla prima volta che ne hai inconsapevolmente varcato la soglia. Avevi sei mesi ed eri “piccola con due enormi fanali azzurri”. Oggi sei una donnina decisa ed intelligente. Hai affrontato e superato tante sfide e paure. E nonostante sia stata dura “abbandonarti” e lasciare che tu potessi combattere da sola credo che alla fine abbia contribuito a renderti la personcina sveglia, intelligente e acuta osservatrice che sei. Hai imparato le dinamiche del gruppo, capendo da quali era meglio stare lontano e scoprendo che esistono persone speciali con cui condividere le avventure.

A settembre si aprirà un nuovo capitolo.

Nuove insegnanti, nuovi compagni e nuove abitudini. Nuovi ambienti in cui dovrai imparare a muoverti, nuove autonomie da acquisire.

E benché sia preoccupata che il mondo là fuori (per quanto piccolo e protetto possa essere) riesca a scalfire la tua innata bontà e purezza, sono sicura che con la tua intelligenza e il nostro amore riuscirai a trarre il meglio anche da questa nuova avventura.

Ora, buone vacanze piccola mia.

Gennaio 2015  Luglio 2017

L’inca**o

A voi capita mai che vi parta l’inca**o selvaggio? Quello che proprio non riuscite a controllare e nemmeno a controllarvi? 

A me spesso, troppo. 

E quando succede non ho davvero più potere su quello che dico. Tutto assume proporzioni epiche e insormontabili. 

Oggi nel tardo pomeriggio siamo rientrati da un weekend cominciato domenica, con il compleanno di un’amica, unito a due giorni a Genova ad uso e consumo quasi esclusivo della piccola (seguiranno post). 

Il leitmotiv degli ultimi due giorni è stato evitare, appunto, l’inca**o. Dribblarlo, scansarlo, mettergli la museruola. Sfighe incassate con apparente savoir-faire hanno però lasciato piccoli residui di cui l’inca**o si nutre. Delusione, per una mini vacanza che nella mia testa la piccola doveva godersi di più. 

Lui, la bestia orrenda, ha cominciato a infilzare le sue grinfie in me poco prima della partenza. Arrivati a casa, all’ennesima pessima sorpresa, è esploso. E a pagarne il prezzo sono stati la combo marito-figlia. 

Il problema più grosso è che già mi sento una persona orribile per l’irascibilità che non riesco a contenere e le mie parole fuori controllo mi fanno stare pure peggio. 

E quando l’inca**o ha finito di consumarmi, a rosicchiare i brandelli che restano di me, arriva il senso di colpa. Con il suo becco da picchio, incessante battitore, tormenta le mie ossa. 

L’aspetto peggiore di tutta la faccenda è che nessun aiuto sarà mai abbastanza per placarmi. È la completa incapacità di ascoltare chi mi sta di fronte, di ragionare, di accettare aiuto. Perché quando entro nel vortice, chiudo orecchie e cervello e resto sola. Mi sento sola. Perché nessuno può capirmi, comprendere sino in fondo la gravità del problema. La sola che può fare qualcosa sono io. Allora mi rimbocco le maniche e faccio. Faccio fino ad esaurire le energie, tanto che la bestia non ha più nulla di cui nutrirsi.

E resto così, senza forze, a sentirmi la persona peggiore del pianeta. 

Non vuole essere un post di autocommiserazione, ma una semplice condivisione di un problema (grande) che ho. Qualcuno là fuori si identifica? Avete una soluzione? Un consiglio? 

Ora che l’inca**o è finito vi ascolto! 

The Color Run

Ero piuttosto restia a viaggiare, girare e fare nuove esperienze con una piccola al seguito. Mi sembrava sempre che ci fossero ostacoli insormontabili: il caldo, il freddo, dove scaldo il biberon, dove la cambio, ECC.

Poi è successo che un giorno si è svegliata bimba di tre anni. Senza pannolo, amante del cibo e delle nuove esperienze. Per cui piano, piano, con calma, abbiamo cominciato a fare qualche giretto in più, scoprendo che eravamo stati genitori di poca fede nella grande capacità di adattamento di nostra figlia.

E così, armati dell’imprudenza e dell’incoscienza che spesso (a detta delle nonne) ci contraddistinguono siamo partiti alla volta di Verona – destinazione The Color Run 2017.

Il paradiso cromatico dei fotografi. Spruzzi di colore accesi su asfalto scuro. Visi sorridenti. Costumi strampalati. Scenario un po’ meno paradisiaco per l’attrezzatura: polvere, polvere ovunque. Schiuma. Cara la mia Canon, te ne stai tranquilla a casa. Lascia all’iPhone lo sporco sporchissimo lavoro.

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Arrivati abbiamo ritirato i nostri kit, ci siamo trovati un posticino sotto le fresche frasche e non l’abbiamo più mollato. Dopo i panini, i gelati ed avere importunato abbastanza sconosciuti con lanci di palloncini e tubi gonfiabili omaggio (o come diamine si chiamano) ci siamo mossi in direzione della partenza. Ci siamo uniti alla massa, e solo una volta addentrati per bene abbiamo scoperto di aver sbagliato corsia (ce n’è una apposita per le famiglie – per non lasciare i bambini a rosolarsi lentamente sotto il sole). Siamo tornati indietro sfidando il senso contrario del fiume umano a suon di ‘scusi’ e ‘permesso’ e – finalmente – siamo partiti!

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I primi 300 m la Vicky li ha fatti letteralmente di corsa. Poi ha capito che non era cosa breve e ha preferito saggiamente il passeggino (o le spalle del papà).

Principessa al trotto

Un punto colore ogni km circa. Arancio e verde i primi due. Rosa il terzo. Per quarto arriva il blu, il più figo! Blu, blu, blu, mi piaci tu. Possiamo restare qui per sempre?

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Faticosamente ci dirigiamo al giallo, ultimo punto colore prima del traguardo ove ci attende UN CANNONE CHE SPARA LA SCHIUMA! E non aggiungo altro!

Alla fine ci hanno consegnato una busta colore ciascuno e sono stati fatti i peggio danni.

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Bagnati, sporchi e puzzolenti ci siamo diretti verso casa con l’orgoglio di chi sa di essere sopravvissuto!

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La Vicky ci ha messo un po’ a realizzare che purtroppo non può essere così fantastica la vita di tutti i giorni. Svegliandosi, il lunedì, ha visto dalla finestra i getti che innaffiavano i campi e mi ha chiesto ‘mamma, ma stanno sparando la schiuma?’ Emmmagari!

Mani

Sin da quando ha cominciato ad avere la possibilità di manifestare le proprie sensazioni, Vittoria ha fatto ben intendere quanto non le piaccia il contatto fisico non richiesto. Niente coccole, abbracci, saluti in momenti che non fossero di suo gradimento. Pena: urla e dimenamenti come se stesse cercando di rapirla il Lupo Cattivo.

Da qualche mese a questa parte però, al solo tollerare le coccole, si è aggiunta la richiesta. Arriva e ti abbraccia una gamba. Se siamo faccia a faccia comincia ad applaudire sul mio viso. Mi guarda, mi prende la faccia e mi morde le guance. Coccola la testa del suo papà. Fa gli abbracci orso. Gesti che rinfrancano l’anima, rendono la giornata un po’ meno di cacca e fanno pensare che non ci sia sensazione migliore al mondo.

Poi però.

La nanna nel lettone è ammessa solo per un motivo: quando è malatina.

Ieri sera la tosse che non le lascia tregua da qualche giorno non la faceva riposare e la spaventava molto.

Alle 23.30 il papà ritira quindi la Vittorina per depositarla nel lettone. Lei arriva al suo posto gattonando. Con gli occhi già chiusi cerca la mia mano e, quando l’ha trovata, si corica e si addormenta.

Così.

Quel suo cercare la mia mano nel sonno, lei che solitamente è allergica a qualsiasi contatto fisico troppo prolungato o sdolcinato, mi ha fatto esplodere il cuore in mille pezzi, troppo piccolo per contenere tanto amore, per poi ricomporlo nuovo.

E mi stupisco ogni volta perché quando aveva pochi mesi mi mancava questa prospettiva. Non sapevo che sarebbe arrivato questo momento, che non sarebbe stata un frugoletto per sempre. Che sarebbe diventata una bimba che non si può definire grande ma che non è più così piccola. Che sa esprimere i suoi sentimenti e le sue sensazioni. Con un carattere ben definito. Che ragiona e fa discorsi. Che gioca a parlare al telefono e fa discorsi più coerenti di tanti adulti che conosco. Che ti fa sentire magica, perché un tuo abbraccio guarisce tutto.

Naturalmente, solo se autorizzato.

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Perché

Sottotitolo: del perché non scrivo anche se vorrei farlo.

Svolgimento: perché sono una maledetta perfezionista del ca**o (e scusate, ma non riuscivo a renderlo altrimenti.)

Sono mesi che scrivo post che non pubblico. La maggior parte delle volte perché penso che quello che ho da dire non sia abbastanza interessante – “a chi potrebbe interessare quello che hai da dire, in fin dei conti?” – altre volte perché ritengo l’opinione troppo personale e non voglio espormi (o produrre materiale per pettegolezzi gratuiti). Altre ancora perché non ho una foto da includere – “se ha deciso di aprire un blog che parli di fotografia, che senso ha un post senza immagini?” – altre perché è passato il momento e che scrivi a fare.

La realtà è che qui – come nella vita di tutti i giorni – mi ingabbio da sola. Creo le mie regole e le uso per incatenarmi, per immobilizzarmi. Ad ogni post va acclusa una foto – non pubblicare post senza foto. Il post deve essere attuale – non scrivere di eventi/sensazioni già passate da giorni-mesi-anni. Se è un blog di fotografia – non gliene frega a nessuno degli affari tuoi, non scriverne. Mantieniti neutra , non scrivere opinioni troppo personali, non esporti, non parlare dei tuoi problemi.

Alla fine, tolta me, le mie idee, i miei casini, i miei tempi sempre troppo dilatati, non rimane nulla di cui scrivere.

Anche se vorrei.

Anche se ho sentimenti, idee, opinioni e scemenze da urlare al mondo.

Ho trent’anni. Trenta signori. Credo sia giunto il momento di rompere qualche filo che mi imbriglia.

Questo è il mio blog, il mio non-luogo. Deve rispecchiare me. Quindi d’ora in poi ci scriverò (o perlomeno proverò) quello che voglio. Che sia interessante o meno, che sia politicamente corretto o meno.

E se a qualcuno sarà utile per farsi i fattacci miei pazienza.

 

 

 

La grandezza delle piccole cose

“The little things… there’s nothing bigger, is there?”

– Niente è più grande delle piccole cose –

David Aames – Vanilla Sky

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Qualche sera fa ho rivisto il finale di Vanilla Sky, uno dei film cult della mia adolescenza. Rivederlo con qualche anno di più sul groppone fa un po’ effetto e si apprezzano altri aspetti oltre a Tom Cruise.

Remake di ‘Apri gli occhi’ di Amenàbar, racconta delle vicende di David Aames, erede dell’impero milionario di famiglia, alle prese con una mora (Sofia – Penelope Cruz), una bionda (Julie – Cameron Diaz) e un’accusa di omicidio.

Nel monologo finale David esprime una delle mie personali verità universali: niente è più grande delle piccole cose. Pensateci: è tutta una questione di dettagli. Cosa ci fa amare una persona, un luogo, una storia? Sono le piccole cose, quei particolari che li rendono inconfondibili e unici, quei dettagli che resteranno impressi nella nostra memoria. Un odore, uno sguardo, un gesto. Ed alla fine saranno proprio quei dettagli ad essere rievocati nei ricordi, di cui sentiremo la mancanza.

Così come credo basti un piccolo, piccolissimo dettaglio per cambiare tutto, distinguere un successo da un insuccesso, una foto ben riuscita da una da cestinare, una scelta da un’altra. Credo che siano proprio i dettagli che ai nostri occhi sembrano irrilevanti a guidare l’istinto, a far sì che preferiamo questo piuttosto che quello senza una ragione apparente.

Ed è un concetto che si applica a questioni anche meno esistenziali…pensate solo, ad esempio, ad una stanza: quanto possono fare la differenza duo o tre dettagli ben distribuiti? Senza rivoluzionare tutto, già appare in maniera differente.

Io sono fermamente convinta che nell’insieme, siano i particolari a definire la prima impressione che si ha di qualcuno o di qualcosa.

Che ne pensate? Riflessione frutto delle mie manie o con un fondo di verità?